biscotti

•giugno 2, 2015 • Lascia un commento

È curioso come abbia aperto di nuovo questo mio vecchio blog solo per aggiornarlo con una (maldestra) cookie policy.

Qualche anno fa, sicuramente ci sarebbe stato un articolo più serio al posto di questo, che invece è un po’ nostalgico.

Princess_Cookie

SottoControllo – Scritti sul controllo sociale.

•luglio 6, 2012 • Lascia un commento

Vi consiglio questo libro che ho curato con l’Associazione Archivio Germinal e di cui ho scritto la Prefazione… Si tratta degli interventi del ciclo SottoControllo di cui avevamo parlato in questo spazio.

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Perché un libro sul controllo sociale?

Il controllo sociale è un tema fondamentale non solo per capire il funzionamento della nostra società, ma anche per migliorare quella esistente e crearne una nuova.

Il controllo sociale è infatti un fenomeno che permea tutti i settori della società, e questo libro cerca di toccare i più significativi: dal controllo sociale sulle donne durante la Rivoluzione Francese – paradigmatico di un atteggiamento che permane ancora oggi nel rapporto tra i sessi – alla ricostruzione dell’Aquila dopo il terremoto, dalle gated communities al controllo sociale sul web fino all’immigrazione. Partendo da una definizione generale del concetto inquadrata nella teoria sociologica si arriva al suo concretizzarsi nell’architettura, nell’urbanistica, nelle nuove tecnologie e nelle politiche securitarie.

Ma questo non è un libro per specialisti, o perlomeno non solo.

È piuttosto una guida che permette al lettore di formarsi un quadro più chiaro su un fenomeno con il quale deve confrontarsi quotidianamente. Una mappa, insomma, per orientarsi meglio (e da una prospettiva diversa) nella società in cui viviamo.

Il libro contiene anche le testimonianze dei familiari e dei membri del comitato per la Verità e la Giustizia sugli omicidi di stato: si raccontano le storie di Aldo Bianzino, Francesco Mastrogiovanni, Manuel Eliantonio, Daniele Franceschi. Un contributo importante affinché queste storie vengano divulgate e non dimenticate.

Prezzo: € 10.

Per ordinarlo versare 11,28 € (spese di spedizione incluse) sul conto corrente postale numero 6032713 intestato a Associazione Archivio Germinal indicando nella causale SottoControllo e inviare una mail con il vostro indirizzo a archivio.germinal@gmail.com.

Dalla Sorveglianza alla Sicurezza: Bauman.

•aprile 21, 2011 • Lascia un commento

Cambio di rotta, dalla sorveglianza alla sicurezza.

Anche se i due concetti non sono poi così lontani, essendo il primo conseguenza della ricerca della seconda.

Vi lascio un brano di “La solitudine del cittadino globale”, di Zygmunt Bauman.

Perchè, si chiede Bauman (ma non solo!), dei tanti significati di sicurezza l’unico presente nel discorso pubblico è quello di “incolumità personale”?

La sua risposta fa riferimento ad una precisa volontà politica

“Le più infauste e dolorose tra le angustie contemporanee sono rese perfettamente dal termine tedesco Unsicherheit, che designa il complesso delle esperienze definite nella lingua inglese uncertainty (incertezza), insecurity (insicurezza esistenziale) e unsafety (assenza di garanzie di sicurezza per la propria persona, precarietà).

(…)

Le istituzioni politiche esistenti, che dovrebbero sostenerle nella lotta contro l’insicurezza, sono di scarso aiuto. In un mondo caratterizzato da una rapida globalizzazione, nel quale una larga fetta di potere, e la fetta più importante, è preda della politica, queste istituzioni non possono fare granchè per offrire sicurezza e certezza. Quello che possono fare e che stanno cercando di fare è convogliare l’ansia, estesa e diffusa, verso una sola componente dell Unsicherheit, quella della sicurezza personale, l’unico ambito in cui qualcosa può essere fatto e viene effettivamente fatto. Il guaio è che mentre un intervento efficace per debellare, o perlomeno mitigare, l’insicurezza e l’incertezza richiede un’azione comune, gran parte delle misure adottate in nome della sicurezza personale producono divisione: seminano il sospetto, allontanano le persone, spingono a fiutare nemici e cospiratori dietro ogni polemica e presa di distanza, a finiscono per isolare ancora di più chi vive isolato.

Ma la cosa peggiore è che tali misure non solo lasciano intatte le vere fonti dell’ansia, ma consumano tutta l’energia che esse generano: un’energia che potrebbe essere utilizzata molto più efficacemente se venisse incanalata nello sforza di riportare il potere nell’ambito dello spazio pubblico gestito pubblicamente.”

Presto altre visioni sul fenomeno di “sicurezza”…

SottoControllo: A cosa serve produrre clandestini?

•febbraio 9, 2011 • Lascia un commento

A cosa serve produrre clandestini?

E’ la domanda a cui ha cercato di rispondere la settima conferenza del ciclo SottoControllo. Abbiamo parlato di immigrazione con Marco Rovelli, autore del libro “Servi. Il paese sommerso dei clandestini al lavoro” (ma non solo).

La prima considerazione da fare è che è la politica che produce il clandestino, il clandestino è una costruzione giuridica. In sè non esiste, la clandestinità non è una qualità immanente alla persona ma un’etichetta che viene data dalla società cosiddetta di “accoglienza”.

Prima di sbarcare nessuna persona è clandestina.

E’ appunto la legge a farlo clandestino, dotandolo di un permesso di soggiorno collegato ad un contratto di lavoro che lo rende regolare e gli dà cittadinanza.Ma tutti i migranti sono soggetti al ricatto di essere trasformati in clandestini, nel caso di perdita del contratto di lavoro… Sono sempre sotto minaccia, e questo li rende cittadini di serie B: Non-cittadini.

Perchè, qual è il senso di questo progetto giuridico inferiorizzante? A cosa serve produrre clandestini?

A produrre servi, ingranaggi della macchina produttivo-economica italiana.

Legge quindi produce persone invisibili perchè se ne serve.

Ma perchè occuparsi di immigrati? Non ci si deve occupare di immigrati per compassione, la compassione è l’ altro lato del razzismo, perpetua l’ asimmetria. Bisogna occuparsene perchè siamo tutti (immigrati regolari, clandestini, italiani) parte dello stesso spazio sociale, in cui occupiamo ruoli produttivi e sociali. Quindi non esiste noi e loro, in termini economico sociali esiste solo il noi.

Etimologicamente, clandestino significa “colui che sta nascosto alla luce”. Il proverbiale “Uomo Nero”, quindi. Colui che fa paura.

Ed è proprio questa l’altra funzione del clandestino e del migrante: la legge lo fabbrica per produrre merce, denaro e paura. La quale paura perpetua l’ inferiorizzazione del clandestino.

E, naturalmente, il principale artefice di questo meccanismo è la macchina mediatica; per questa è valida l’equazione Clandestino = Criminale. Guardando ai dati si vede però che la percentuale di incarcerati tra gli immigrati regolari è uguale a quella degli italiani; allora se le carceri sono piene di stranieri è perchè sono i clandestini ad essere sovrarappresentati negli istituti penitenziari. Non ha senso però dire che gli immigrati regolari sono i “buoni” e i clandestini i “cattivi”.

Sono fisicamente le stesse persone, alcune con la fortuna di essere regolarizzate… Altre no.

Perchè allora ci sono più clandestini in carcere? In primo luogo per reati connessi alla stessa legislazione sull’immigrazione, poi perchè non possono usufruire di pene alternative (non avendo domicilio)… Quindi nei casi in cui un italiano verrebbe mandato a casa un clandestino resta dentro. Allora anche la macchina giudiziaria perpetua il processo inferiorizzante.

Il clandestino dunque è una macchina da paura, un soggetto espropriato di diritti funzionale alla produzione economica. Questo in due modi: direttamente e indirettamente.

Direttamente come macchina da fatica; indirettamente in quanto erode i diritti di tutti i lavoratori e rende ricattabili anche gli italiani di livello socioeconomico più basso. L’immigrato accetta lavori meno pagati, più pericolosi e faticosi perchè è sotto ricatto di essere rimandato nel suo paese… Ma se l’italiano è sotto il ricatto di non poter mangiare o pagare un affitto li accetterà anche lui.

Il ricatto quindi ci unifica tutti, e i diritti si abbassano per tutti. Allora è proprio nel mondo del lavoro che c’è continuità tra noi e loro.

Il clandestino è il precario assoluto, e per questo ci riguarda tutti… Perchè è usato per erodere i diritti di tutti. E’ la struttura produttiva italiana che lo richiede.

In primo luogo per la rilevanza dell’economia sommersa, del lavoro nero. I clandestini si inseriscono nella nostra struttura produttiva, rispondono a una domanda. Sono prodotti per lavorare alle condizioni del lavoro nero che l’economia richiede.

In secondo luogo perchè in Italia ha ha un peso enorme la microimpresa: e microimpresa siginifica abbassamento diritti, lavoro nero, mancanza di sicurezza. Le microimprese lavorano con l’acqua alla gola, sono ricattate e ricattabili dal meccanismo degli appalti. E il ricatto finisce per pesare sulle spalle degli ultimi anelli della catena: i lavoratori di qualunque colore.

Quindi dire che non esiste noi e loro non significa solo dire che siamo tutti parte della stessa famiglia umana e per questo titolari di diritti universali, ma che siamo tutti nella stessa situazione: quella del precariato globale.

Marco Rovelli – Servi

 

Oltre a questo libro Panopticon ve ne consiglia un altro: “Non-persone”, di Alessandro Dal Lago.

Buona lettura (e buone riflessioni…)!

2010 in review (com’è andato l’anno di Panopticon)

•gennaio 2, 2011 • 2 commenti

Pubblico la versione pubblicabile di una mail arrivata da WordPress con un riassunto dell’anno di Panopticon… E auguro ai miei affezionati lettori (ce ne saranno?) un 2011… Panottico!

The stats helper monkeys at WordPress.com mulled over how this blog did in 2010, and here’s a high level summary of its overall blog health:

Healthy blog!

The Blog-Health-o-Meter™ reads This blog is on fire!.

Crunchy numbers

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A Boeing 747-400 passenger jet can hold 416 passengers. This blog was viewed about 2,000 times in 2010. That’s about 5 full 747s.

In 2010, there were 20 new posts, not bad for the first year! There were 34 pictures uploaded, taking up a total of 4mb. That’s about 3 pictures per month.

The busiest day of the year was July 20th with 32 views. The most popular post that day was un libro per l’estate dei panottici (Sorveglianza & Società).

Where did they come from?

The top referring sites in 2010 were facebook.com, donnasalute.blogspot.com, liquida.it, and bagcarrara.wordpress.com.

Some visitors came searching, mostly for foucault panopticon, panopticon, precog, panopticon foucault, and speed spike.

Attractions in 2010

These are the posts and pages that got the most views in 2010.

1

un libro per l’estate dei panottici (Sorveglianza & Società) July 2010

2

l’attualità del panopticon (considerazioni su foucault) March 2010
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3

Privacy & Libertà (cos’è il garante per la protezione dei dati personali) March 2010
7 comments

4

who i am February 2010
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5

Sotto Controllo – Ciclo di incontri sul Controllo Sociale September 2010
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SottoControllo: GatedCommunities & Cinema. La Zona.

•dicembre 2, 2010 • Lascia un commento

Gated Communities e Comunità Ghetto, questo il tema del quinto incontro del ciclo Sotto Controllo che si è tenuto a Carrara Sabato 27 Novembre.

Massimo Leone, ricercatore (e docente) di Semiotica presso il Dipartimento di Filosofia dell’Università di Torino, ha spiegato cosa sono queste “comunità fortezza” e ha cercato di individuarne le cause e gli effetti sociali.

Le gated communities possono essere definiti enormi condomini in cui lo spazio transizionale, cioè quello che limita la zona pubblica del condominio dalla zona privata, è esteso enormemente. Appaiono infatti come veri e propri quartieri, ma recintati da filo spinato, videosorvegliati e controllati da una polizia interna privata.

La risposta alla domanda “Perchè le persone si auto-isolano in questi quartieri?” non è – come si potrebbe pensare – la paura della criminalità. Infatti dati statistici provano che i tassi di criminalità sono a volte maggiori all’interno che all’esterno delle gated community (questo perchè l’esistenza stessa della gated comminity dimostra che all’interno di quelle case ci sono beni preziosi da svaligiare, quindi attira i ladri). La vera risposta è che le persone che vivono in queste comunità non vogliono mischiarsi. E non vogliono sorprese uscendo di casa. A questo serve l’estensione dello spazio transizionale: a sapere sempre chi e cosa incontreremo fuori di casa.

L’effetto che si ha è quello di creare un ghetto alla rovescia. Da maggioranza che opprime la minoranza che sta dentro a minoranza che opprime la maggiornanza che sta fuori (in condizioni socioeconomche sicuramente peggiori)… E poi vivere in queste comunità rende meno inclini alla conoscenza e interpretazione delle diversità: se il tuo spazio semi-privato si espande così tanto lo spazio pubblico diventerà espressione di ogni tua paura.

Ma la parte più interessante, a mio avviso, è stata quella in cui Leone ha collegato questo fenomeno alle interpretazioni letterarie e cinematografiche che ne sono state date. Due casi. Un libro, Running Wild (Un gioco da bambini) di J. G. Ballard e un film, La Zona di Rodrigo Plà.

Del libro non posso dirvi molto (lo leggerò e vi farò sapere) mentre il film è molto interessante, sia dal punto di vista “artistico” che per i contenuti.

La Zona è ambientato proprio in una gated community ed è interessante perchè esemplifica tutti i meccanismi che si creano in queste “isole”, soprattutto quelli relativi alla violenza che scaturisce dall’incontro con l’Altro.

Lo Stigma (come direbbe Goffman) che viene applicato indistintamente su tutto quello che non fa parte del chuiso mondo della comunità è fortissimo, e porta a sentimenti di odio profondi che sfociano nella volontà di farsi giustizia da soli.

Non voglio svelarvi troppo… Solo non è un film di quelli che si guardano mangiando pop-corn, ecco… 🙂

Sorvegliare & Punire: Foucault e la Cronaca Nera

•novembre 23, 2010 • 1 commento

Ho finalmente finito di leggere Sorvegliare e punire – La nascita della prigione di Michel Foucault. E’ un libro che sinceramente consiglio a tutti (soprattutto alle giovani studentesse-lavoratrici che vorrebbero diventare un giorno direttrici di prigione…).

Vi voglio lasciare un passo di questo libro che mi ha particolarmente colpita, un passo sulla funzione della cronaca nera.

“(…) A tutto ciò si accompagnava una vasta campagna per imporre alla percezione che il pubblico aveva dei delinquenti un quadro ben determinato: presentarli come vicinissimi, presenti ovunque e ovunque temibili. E’ la funzione della cronaca nera che invade una parte della stampa e comincia ad avere dei giornali propri. La cronaca nera, con la sua abbondanza quotidiana, rende accettabile l’insieme dei controlli guidiziari e di polizia che rastrellano la città; racconta giorno per giorno una sorta di battaglia interna contro un nemico senza volto e, in questa guerra, costituisce il bollettino quotidiano di allarme o di vittoria. (…)”

La prigione fabbrica il delinquente, lo fabbrica per servirsene ed integrarlo nello stesso sistema guidiziario e poliziesco come manovalanza, lo fabbrica per coprire un tipo di illegalismo diverso dalla delinquenza: l’illegalismo borghese.

E per questo deve ricondurlo ad una certa classe sociale, ma senza permettere che il delinquente venga eroicizzato o anche solo apprezzato dallo strato più basso della società. Se questo lo facesse, il potere disciplinare crollerebbe. Così il delinquente fa sì parte di quella classe, guistificando i controlli su di essa, ma ne è anche estraneo.

“Il romanzo nero (…) assume un ruolo apparentemente inverso. Ha soprattutto la funzione di mostrare che il delinquente appartiene ad un mondo completamente diverso, senza rapporti con l’esistenza quotidiana e familiare. (…) La cronaca nera e la letteratura poliziesca hanno prodotta da più di un secolo una massa smisuarata di “racconti del crimine”, nei quali la delinquenza appare come vicinissima e nello stesso tempo estranea, perpetuamente minacciosa e incomobente sulla vita quotidiana, ma estremamente lontana nella sua origine e nei suoi moventi, l’ambiente in cui si svolge quotidiano ed esotico insieme.”

Una pietra miliare.

(Michel Foucault, Sorvegliare e punire – La nascita della prigione, pag. 316)

 

 

SottoControllo: Devianza, Criminalità & Controllo Sociale

•ottobre 12, 2010 • Lascia un commento

Come promesso, ecco il report del primo incontro del Ciclo SottoControllo.

Sabato 2 Ottobre 2010 Filippo Buccarelli ha presentato un’ introduzione sociologica ai concetti di devianza, criminalità e controllo sociale.

Buccarelli, docente di Sociologia della Devianza all’Università di Firenze, ha prima fornito una definizione generale dei tre concetti e ha tracciato poi una “storia” della devianza attraverso quattro chiavi di interpretazione che si sono succedute nelle scienze sociali.

Ogni società per sua definizione, ovvero come collettività che trasforma il proprio ambiente, ha in sé il germe della devianza.

Questo perché, in termini generali, in qualsiasi organizzazione la divisione del lavoro porta a posizioni di potere – alla distinzione tra il forte e il debole – che si trasformano in conflitti e quindi in “devianza”: questa è la posizione di chi non ha il potere e vuole apportare mutamento allo stato delle cose definita da chi il potere lo ha.

Più specificatamente la devianza è definita in sociologia come “un atto o atteggiamento di un attore individuale o collettivo che contravviene nel gruppo di appartenenza alle aspettative istituzionalizzate a partire da un insieme condiviso di valori e norme di condotta e al quale atteggiamento corrispondono un processo di stigmatizzazione, la formazione di un’etichetta e l’applicazione di sanzioni”.

La differenza tra devianza e criminalità sta nel fatto che la prima contravviene ad una norma sociale, la seconda ad una norma specificatamente giuridica.

Esistono quattro macro-chiavi di lettura sul fenomeno che si sono succedute storicamente.

La prima chiave di lettura della devianza è quella della scuola classica, elaborata nel periodo illuminista.

Secondo questa scuola l’uomo, che è razionale, edonistico ed utilitarista, nel deviare compie un calcolo costi-benefici, devia quindi perché gli conviene nel confronto con altre alternative di condotta.

Per questo la responsabilità è solo sua, individuale, e la pena deve rappresentare un deterrente all’atto deviante; queste posizioni sono state riprese negli anni ‘80 dalle politiche di tolleranza zero di Reagan e della Tatcher.

La seconda chiave di lettura è quella della scuola positiva, il cui esponente più famoso è Cesare Lombroso.

Per questa scuola l’uomo è socio-determinato e bio-determinato: la devianza deriva da disfunzionalità organiche (forma del cranio, mancinismo) o ambiente sociale problematico.

Al contrario della scuola precedente la responsabilità non è dell’individuo, che è determinato da fattori esterni alla sua volontà, e la pena per questo è intesa come una cura per quelle disfunzionalità.

La terza chiave di lettura è quella compiutamente sociologica: il paradigma macro della devianza.

Qui l’uomo è socializzato: è immerso in sistemi culturali coerenti.

Sono quindi i conflitti dentro questi sistemi culturali o le disuguaglianze sociali – fattori insomma che turbano il sistema di valori dominante – che sono causa della devianza.

La pena è conseguentemente intesa come risocializzazione e riadattamento a quei valori dominanti.

Infine l’ultima chiave di lettura è quella sociologica micro.

L’uomo è un attore cognitivo immerso in situazioni interattive, la sua identità è socialmente costruita.

Per questo si afferma che la devianza è appresa e trasmessa a partire dallo sguardo altrui, perché nell’interazione ogni attore prima di agire controlla ciò che l’altro si aspetta da lui e si conforma alla visione dell’altro della sua identità.

Per esempio, nell’istituzione carceraria il carcerato impara la sua identità attraverso le sue interazioni con altri detenuti o secondini che lo trattano come tale.

Ma la nostra interazione spesso non è “spontanea” ma guidata da stereotipi e categorie che ci sono trasmessi da imprenditori morali che riflettono la posizione degli apparati ideologici e repressivi o comunque dominanti: per questo si cristallizzano etichette che l’interazione accetta acriticamente e si fatica a cambiare.

E’ seguito un interessante dibattito, il cui contributo più rilevante secondo me è stato constatare che provando a ridurre l’influenza di quel potere costituito sulla creazione delle etichette che usiamo quotidianamente nell’interazione, recupreremmo una spontaneità. Questo però non significa non usare stereotipi (che è anzi una cosa normale) ma quantomeno non accettare senza riflettere quelli che ci sono imposti.

E secondo voi, qual’è la chiave di lettura più calzante?

A presto per il secondo incontro…

SottoControllo – Ciclo di incontri sul Controllo Sociale

•settembre 18, 2010 • 2 commenti

Vi presento un evento che ho contribuito ad organizzare e che seguirò con Panopticon: un ciclo di conferenze sul controllo sociale.

Se siete in zona Apuana vi consiglio di partecipare, se vi interessa ma è troppo lontano per voi continuate a leggermi… Scriverò un post dopo ogni evento.

Questa è  presentazione ufficiale:

“L’Associazione Biblioteca Archivio Germinal si propone di organizzare un ciclo di incontri sul tema del controllo sociale nelle sue varie sfumature: dalla definizione nelle scienze sociali al suo concretizzarsi nella storia, nella gestione del territorio, nell’architettura, nelle nuove tecnologie e nelle politiche pubbliche.

L’evento si svilupperà attraverso una serie di incontri in cui saranno invitati a parlare studiosi della materia e comitati, a cui seguiranno dibattiti relativi all’argomento trattato di volta in volta.

Il ciclo avrà inizio con l’intervento del Prof.re Filippo Buccarelli, docente di Sociologia della Devianza all’Università degli Studi di Firenze, che introdurrà i concetti fondamentali di devianza e criminalità, controllo sociale e repressione.

Nelle conferenze che seguiranno si vedrà come questi concetti si concretizzino in vari aspetti della vita sociale:

Natalia Caprili, dott. In Filosofia,  esporrà la sua tesi di dottorato nell’intervento sul controllo sociale in tempi di rivoluzione.

Il suo contributo verterà sul problema della “sociabilità” femminile durante la rivoluzione francese.

Il controllo realizzato attraverso le politiche urbanistiche, prendendo in esame il caso eclatante dell’Aquila, verrà trattato dall’ Arch. Georg Frisch, curatore del libro “L’Aquila. Non si uccide così anche una città?”.

Per quanto riguarda il controllo delle “nostre” città, parteciperà il Dott. Davide Calenda, ricercatore presso l’Università degli Studi di Firenze, che tratterà dei concetti di sorveglianza e videosorveglianza, fenomeni in crescita anche in Italia, per illustrare come queste pratiche siano sempre più frequenti nella nostra vita, dal pagamento tramite carta di credito ai chip nelle tessere magnetiche, alle videocamere “biometriche”.

Il Dott. Massimo Leone, ricercatore all’Università degli Studi di Torino, interverrà sul fenomeno delle Gated Communities e Comunità Ghetto, compiendo un’esplorazione semiotica tra realtà sociale, letteratura e cinema.

Grazie al contributo del Comitato Verità e Giustizia sarà affrontato il tema delle morti in carcere, fenomeno che nel nostro paese è stato scoperto dall’opinione pubblica solo negli ultimi anni in seguito ad alcuni episodi clamorosi, e che vuol far riflettere sul concetto della pena carceraria, sulle condizioni delle nostre carceri e sul modus operandi della polizia italiana.

Marco Rovelli, scrittore e cantautore, esporrà le sue ricerche sull’immigrazione in Italia e i suoi drammatici risvolti, come il lavoro servile e le strutture di controllo quali i CPT e i CIE. Il titolo del suo intervento sarà: “A cosa serve produrre clandestini? A produrre servi.”

Il Giornalista di Peace Reporter Luca Galassi infine tratterà delle politiche securitarie nelle banlieues parigine a distanza di sei anni dalle rivolte violente delle periferie.”

Nella pagina “Sotto Controllo – Ciclo di incontri sul Controllo Sociale” (nella barra a destra) trovate la locandina, le date e la location.

A presto, sicuramente qua ma speriamo anche dal vivo… 🙂

Sicuri di essere Insicuri. E viceversa. (Ilvo Diamanti – Festival della Mente, Sarzana)

•settembre 7, 2010 • Lascia un commento

Sabato sono andata al Festival della Mente di Sarzana per ascoltare una conferenza di Ilvo Diamanti sulle tematiche della sicurezza e della sua percezione; tenuto conto che per me sono argomenti stra-noti è stato abbastanza interessante, e così ho pensato di scrivere qualcosa per voi.

L’insicurezza è la conseguenza della centralità del tema securitario.

Per Diamanti la sicurezza e l’insicurezza sono fondamentalmente processi creativi – cioè costruzioni sociali – la cui definizione non rimane fissa nel tempo ma cambia a seconda del periodo storico e del significato che assumono per le persone.

Così se la sicurezza prima degli anni novanta era legata al lavoro, al futuro e alla comunità oggi si è individualizzata e presentificata, incarnandosi esclusivamente nei problemi della criminalità e dell’immigrazione. E’ dettata dalla percezione personale più che da quella sociale, riguarda solo la dimensione individuale e presente.

Quali possono essere i motivi di questo slittamento?

Sicuramente non un aumento reale del rischio dell’incolumità fisica dei cittadini: non cresce l’insicurezza personale ma la sua percezione.

Una risposta può essere quella politico-mediatica, ovvero la televisione e più in generale i media alimentano cicli di insicurezza e paura (soprattutto nel periodo della campagna elettorale) in una determinata fascia di cittadini-elettori: le persone sole, le donne, le casalinghe e gli anziani.

In questo modo la paura spingerebbe a votare per gli schieramenti di destra, tradizionalmente forniti di una sensibilità maggiore per i temi securitari.

L’effetto di agenda-setting quindi spingerebbe i cittadini a considerare più rilevanti i temi maggiormente trattati dai media; nello specifico l’attenzione all’insicurezza porterebbe a considerare più importante questo tema e a votare per quegli schieramenti a cui questo è legato.

Diamanti però considera giustamente il fatto che i media hanno criteri autonomi per scegliere la rilevanza delle notizie: è vero che la destra preme per imporre il tema securitario ma è anche la moderna logica dei media che spinge per la selezione di notizie che le possano in primo luogo portare profitti.

Un’altra risposta è quella per cui è la globalizzazione, annullamento spazio-temporale, che ci rende insicuri. E’ finito il tempo in cui avevamo il beneficio dell’ignoranza, c’è uno squilibrio tra le molteplici e globali fonti di angoscia e la nostra scarsa capacità di controllarle.

Come scarsa è la capacità di controllo delle politiche pubbliche nazionali. Gli stati nazionali hanno a che fare con problemi globali, allora le paure vengono inventate e catalizzate sull’ Altro.

E’ facile che l’Altro faccia paura, come è facile “neutralizzarlo” e sentirci più sicuri. Scegliamo di temere qualcosa che è facile controllare. Le politiche securitarie hanno questa doppia funzione, ci rassicurano e ci spaventano in un circolo vizioso senza fine.

La militarizzazione, la videosorveglianza… Sono dispositivi che rimuovono e moltiplicano al contempo la paura.

La tesi fondamentale di Diamanti è quindi che abbiamo bisogno di insicurezza per sentirci sicuri.

E questo conferma il carattere di costruzione sociale che questi fenomeni hanno nella nostra società, costruzione creata sì dalle persone ma sempre più spesso da imprenditori della paura che cercano con questa di ottenere consenso.

L’insicurezza è quindi una sorta di lato oscuro, un bisogno inespresso, latente e represso che ci può infine portare a sentirci sicuri.

La speranza di Diamanti è quella di tornare ad una sicurezza sociale, ma i più pessimisti (come me) non vedono prospettive politiche che possano realisticamente portare a questo obiettivo…