SottoControllo: A cosa serve produrre clandestini?

A cosa serve produrre clandestini?

E’ la domanda a cui ha cercato di rispondere la settima conferenza del ciclo SottoControllo. Abbiamo parlato di immigrazione con Marco Rovelli, autore del libro “Servi. Il paese sommerso dei clandestini al lavoro” (ma non solo).

La prima considerazione da fare è che è la politica che produce il clandestino, il clandestino è una costruzione giuridica. In sè non esiste, la clandestinità non è una qualità immanente alla persona ma un’etichetta che viene data dalla società cosiddetta di “accoglienza”.

Prima di sbarcare nessuna persona è clandestina.

E’ appunto la legge a farlo clandestino, dotandolo di un permesso di soggiorno collegato ad un contratto di lavoro che lo rende regolare e gli dà cittadinanza.Ma tutti i migranti sono soggetti al ricatto di essere trasformati in clandestini, nel caso di perdita del contratto di lavoro… Sono sempre sotto minaccia, e questo li rende cittadini di serie B: Non-cittadini.

Perchè, qual è il senso di questo progetto giuridico inferiorizzante? A cosa serve produrre clandestini?

A produrre servi, ingranaggi della macchina produttivo-economica italiana.

Legge quindi produce persone invisibili perchè se ne serve.

Ma perchè occuparsi di immigrati? Non ci si deve occupare di immigrati per compassione, la compassione è l’ altro lato del razzismo, perpetua l’ asimmetria. Bisogna occuparsene perchè siamo tutti (immigrati regolari, clandestini, italiani) parte dello stesso spazio sociale, in cui occupiamo ruoli produttivi e sociali. Quindi non esiste noi e loro, in termini economico sociali esiste solo il noi.

Etimologicamente, clandestino significa “colui che sta nascosto alla luce”. Il proverbiale “Uomo Nero”, quindi. Colui che fa paura.

Ed è proprio questa l’altra funzione del clandestino e del migrante: la legge lo fabbrica per produrre merce, denaro e paura. La quale paura perpetua l’ inferiorizzazione del clandestino.

E, naturalmente, il principale artefice di questo meccanismo è la macchina mediatica; per questa è valida l’equazione Clandestino = Criminale. Guardando ai dati si vede però che la percentuale di incarcerati tra gli immigrati regolari è uguale a quella degli italiani; allora se le carceri sono piene di stranieri è perchè sono i clandestini ad essere sovrarappresentati negli istituti penitenziari. Non ha senso però dire che gli immigrati regolari sono i “buoni” e i clandestini i “cattivi”.

Sono fisicamente le stesse persone, alcune con la fortuna di essere regolarizzate… Altre no.

Perchè allora ci sono più clandestini in carcere? In primo luogo per reati connessi alla stessa legislazione sull’immigrazione, poi perchè non possono usufruire di pene alternative (non avendo domicilio)… Quindi nei casi in cui un italiano verrebbe mandato a casa un clandestino resta dentro. Allora anche la macchina giudiziaria perpetua il processo inferiorizzante.

Il clandestino dunque è una macchina da paura, un soggetto espropriato di diritti funzionale alla produzione economica. Questo in due modi: direttamente e indirettamente.

Direttamente come macchina da fatica; indirettamente in quanto erode i diritti di tutti i lavoratori e rende ricattabili anche gli italiani di livello socioeconomico più basso. L’immigrato accetta lavori meno pagati, più pericolosi e faticosi perchè è sotto ricatto di essere rimandato nel suo paese… Ma se l’italiano è sotto il ricatto di non poter mangiare o pagare un affitto li accetterà anche lui.

Il ricatto quindi ci unifica tutti, e i diritti si abbassano per tutti. Allora è proprio nel mondo del lavoro che c’è continuità tra noi e loro.

Il clandestino è il precario assoluto, e per questo ci riguarda tutti… Perchè è usato per erodere i diritti di tutti. E’ la struttura produttiva italiana che lo richiede.

In primo luogo per la rilevanza dell’economia sommersa, del lavoro nero. I clandestini si inseriscono nella nostra struttura produttiva, rispondono a una domanda. Sono prodotti per lavorare alle condizioni del lavoro nero che l’economia richiede.

In secondo luogo perchè in Italia ha ha un peso enorme la microimpresa: e microimpresa siginifica abbassamento diritti, lavoro nero, mancanza di sicurezza. Le microimprese lavorano con l’acqua alla gola, sono ricattate e ricattabili dal meccanismo degli appalti. E il ricatto finisce per pesare sulle spalle degli ultimi anelli della catena: i lavoratori di qualunque colore.

Quindi dire che non esiste noi e loro non significa solo dire che siamo tutti parte della stessa famiglia umana e per questo titolari di diritti universali, ma che siamo tutti nella stessa situazione: quella del precariato globale.

Marco Rovelli – Servi

 

Oltre a questo libro Panopticon ve ne consiglia un altro: “Non-persone”, di Alessandro Dal Lago.

Buona lettura (e buone riflessioni…)!

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~ di panopticalsociety su febbraio 9, 2011.

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